CELLULITE ED ALIMENTAZIONE
DIETA E CELLULITE |
A cura del Dott. Leandro Carollo | La cellulite è un problema diffusissimo che colpisce un gran numero di donne,
le giovani come le mature, le grasse come le magre, alte, basse, modelle e commesse.
Pochissime sono le donne che non conoscono questo problema, infatti colpisce circa
otto donne su dieci, in maniera più o meno grave; può derivare da una predisposizione
familiare ed è considerata la malattia femminile per eccellenza.
Cause e stadi della cellulite
La cellulite è strettamente legata agli ormoni femminili, gli estrogeni, che favoriscono il deposito di grasso nel tessuto sottocutaneo. Interessa principalmente
cosce, glutei, ginocchia, caviglie; più raramente, addome e arti superiori.
Gli estrogeni agiscono in modo molto diverso dagli ormoni maschili; infatti,
gli uomini, anche se obesi, non soffrono di cellulite.
A volte presenta un carattere familiare e compare generalmente dopo la pubertà,
con accentuazione e recrudescenza durante la gravidanza e la menopausa.
Molto più spesso, invece, la causa dipende da uno stile di vita sbagliato correggendo
il quale si può migliorare notevolmente la situazione.
Le cause sono varie, dalla dieta scorretta alla sedentarietà, dallo stress al tipo di
abbigliamento che indossiamo (infatti, indumenti troppo stretti o tacchi troppo
alti bloccano la circolazione), ma può essere causata anche da fattori di ereditarietà.
La prima tappa del processo che porta alla formazione della cellulite è costituita
da un danno a livello delle vene che, per cause costituzionali o comportamentali, perdono la loro tonicità ed elasticità, provocando un rallentamento del flusso sanguigno in particolare a livello degli
arti inferiori.
La causa di quest'alterazione va ricercata a livello cellulare, nel processo
di scambio tra gli adipociti e il resto dell'organismo che avviene grazie alla
rete capillare che circonda le cellule dell'ipoderma. Grazie a questa sottilissima
parete di capillari e cellule è possibile lo scambio di scorie e C02 con nutrienti
e ossigeno; bastano però lievi squilibri per rallentare questo scambio e compromettere
l'intero processo. Il sangue, ristagnando a livello dei capillari circostanti,
ne provoca un danno con perdita di elasticità e permeabilità, per cui essi non
sono più in grado di nutrire in modo adeguato i tessuti circostanti. Questo processo,
lento ma inesorabile, provoca con il tempo un'infiammazione dei tessuti interessati,
in particolare quello adiposo, determinando la cellulite, più correttamente indicata
come "pannicolopatia fibro-edematosa".
La cellulite si evolve per fasi successive. Il primo stadio della cellulite ha la sua origine proprio in questi micro-squilibri: le cellule e i capillari, infatti, per compensare la ridotta disponibilità di
"nutrimenti", ossigeno, ecc. possono reagire aumentando in modo abnorme la permeabilità
della propria membrana, che diventa così più sottile e più fragile. A causa di piccolissimi traumi questa si può rompere, provocando la fuoriuscita
di grasso che va a infiltrarsi in aree sempre più estese del lobulo adiposo, dando
origine al fenomeno della cellulite. Con il tempo l'edema persistente tra le cellule
adipose, determina un'alterazione del tessuto collageno che si trova tra esse,
con un'abnorme proliferazione delle fibrille di collageno.
Ciò determina la formazione di un tessuto adiposo più pastoso e duro che peggiora
ulteriormente l'irrorazione sanguigna dei tessuti, determinando crampi e formicolii
sempre più frequenti.
A questo punto, per risanare la situazione, bisognerebbe intervenire in modo
da favorire il riassorbimento del grasso: questo sarebbe possibile eliminando le cause che hanno provocato il rallentamento
del flusso sanguigno.
Se ciò non avviene, l'organismo reagisce isolando le zone in cui è stata alterata
la struttura delle cellule dei lobuli, dando origine al secondo stadio della cellulite: in questa fase avviene la produzione di nuove fibre di collagene che hanno il compito di incapsulare le zone colpite.
Il terzo stadio è caratterizzato dalla formazione di noduli che diventano sempre più grandi e dolenti al tatto e disseminati su cosce, ginocchia,
fianchi e, in alcuni casi, anche sull'addome.
Nei casi più gravi si può raggiungere addirittura il quarto stadio, con un peggioramento di questi sintomi, aggravati da segni di insufficienza circolatoria (che risultano accentuati in caso di sovrappeso).
Diagnosi e terapia alimentare
E' evidente che più la diagnosi è precoce, più aumentano le possibilità di successo
della terapia, ma questo non è per niente facile da fare perché le alterazioni
iniziali non sono visibili ad occhio nudo, per cui occorrono degli strumenti specifici.
Innanzitutto occorre fare una distinzione tra quelle forme di adiposità localizzata , definite impropriamente cellulite, in cui le cellule adipose sono perfettamente
normali e non alterate, e la cellulite vera e propria in cui avviene un processo patologico. Si tratta di una malattia che interessa
non solo le cellule adipose ma anche il tessuto interstiziale (il tessuto tra
cellula e cellula) e i vasi sanguigni più piccoli, che sono le venule ed i capillari
sanguigni. L'alterazione di questi vasi, con conseguente difetto di irrorazione
dei tessuti circostanti, determina un raffreddamento delle zone interessate che
può essere rilevato con particolari strumenti. Più la situazione degenera, più fredda sarà la cute, a causa di una diminuita
irrorazione sanguigna.
Per intervenire sul problema innanzitutto, è bene rivolgersi ad un medico, che
farà un'accurata anamnesi e prescriverà opportuni esami del sangue (glicemia,
uricemia, colesterolemia...): questo servirà ad individuare precisamente dove
è avvenuta l'alterazione dell'equilibrio cellulare e solo così il nutrizionista
potrà consigliare un regime alimentare mirato.
Possono comunque essere consigliate alcune regole generali da seguire: la prevenzione inizia sulla tavola.
Un corretto stile di vita, un'alimentazione equilibrata ed adeguata fanno sì
che pesantezza, gonfiori alle gambe e cellulite, causati da un rallentamento del
circolo venoso, possano essere prevenuti e curati. Stipsi e ritenzione idrica
sono, infatti, due tipici segnali di un insufficiente e scorretto esercizio fisico
associato ad un'alimentazione scorretta.
E' fondamentale, dunque una corretta "educazione alimentare", sapere cioè qual
è il modo corretto di mangiare non solo riguardo alla quantità, ma anche riguardo
alla qualità , sia che si debba mantenere il peso corporeo, se giusto, sia che si debba dimagrire
con una dieta ipocalorica.
È di fondamentale importanza, inoltre, prendere in considerazione il problema
dell'assunzione di acqua durante la giornata. Uno dei luoghi comuni che confondono le idee sulle strategie contro la cellulite
afferma che bisognerebbe bere poca acqua.
Niente di più sbagliato: è sempre consigliabile, al contrario, consumare molta
acqua. Un litro e mezzo al giorno è la quantità di acqua minima da assumere, magari lontano dai pasti per non diluire i succhi digestivi, permettere una
buona diuresi e un'eliminazione ottimale delle sostanze tossiche e di rifiuto.
Particolare attenzione va messa soprattutto nella lettura delle etichette delle
acque minerali, che, apparentemente uguali, possono risultare utili o controindicate
secondo la quantità di minerali in esse disciolti: per chi soffre di ritenzione
idrica, naturalmente, sono controindicate quelle ricche di sodio.
Quelle con il minor rischio di controindicazioni sono le acque oligominerali, che, oltre al rapido assorbimento gastrico, hanno il pregio di depurare le
vie urinarie ed epatiche, favorendo l'eliminazione dell'acido urico.
Nello scegliere gli alimenti da consumare nella dieta bisogna prestare attenzione
a quelli che favoriscono il ristagno e gonfiano i tessuti. Il sale è il nemico numero uno per una dieta anticellulite.
Dunque la prima regola da seguire per chi soffre di ritenzione idrica, o per
chi intende prevenirla, è di ridurre l'assunzione di sodio: sostanza che il nostro
organismo assume principalmente sottoforma di cloruro (il comune sale da cucina).
Il sodio trattiene acqua all'interno dei tessuti impedendo il corretto scambio
di liquidi tra la cellula e l'esterno.
A prescindere dal fatto che alcune persone sono geneticamente predisposte a trattenere
il sodio (circa 1/3 degli ipertesi lo è), molte diete (soprattutto quelle occidentali)
tendono ad apportare eccessive quantità di sodio. Ciò è causa di un'alterazione
nei meccanismi di equilibrio idro-salino, con conseguente alterazione della pressione
sanguigna, dell'equilibrio corporeo acido-basico, della contrazione muscolare
e della trasmissione nervosa.
Per evitare accumuli di sodio, quindi, bisognerebbe cercare sempre di attenersi
ai limiti del fabbisogno giornaliero.
Nel sodio complessivamente assunto durante il giorno, però, non bisogna considerare
solo il sale da cucina, ma anche tutti quei prodotti utilissimi per condire, ma
ricchi di sodio, come: i dadi, le salse, le conserve, ecc. Rinunciare ad un po'
di sale non significa fare a meno dei sapori perché può essere sostituito con
gli usuali aromi da cucina quali timo, lauro, basilico, cipolla, prezzemolo e
aglio (vedi Diete povere di sodio …ma saporite).
Vista, però, la difficoltà a rinunciare ai sapori "forti", un buon metodo sarebbe
quello di seguire alcuni semplici consigli, come:
- non mettere il sale direttamente sulla pasta o sul riso, ma aggiungerlo solo
all'acqua di cottura;
- evitare i cibi in scatola;
- optare per cotture semplici (vapore, griglia);
- consumare frutta ricca di vitamina C e sostanze antiossidanti;
- consumare più verdure, che saziano e sono poco caloriche;
- prestare sempre attenzione alle etichette nutrizionali degli alimenti, escludendo
quei cibi che presentano come primo ingrediente il sale (anche sottoforma di altri
nomi, come: Na, cloruro di sodio, fosfato monosodico, bicarbonato di sodio o glutammato
di sodio);
- evitare cibi molto salati, salumi, formaggi grassi e fermentati, fritti, scatolame,
bevande dolcificate, succhi di frutta con sciroppo, alcolici, cioccolato, caffè,
the forte;
- bere molta acqua non gasata, che aiuta ad eliminare attraverso le urine i liquidi
trattenuti dai tessuti;
Banditi gli eccessi di caffè (oltre 2-3 tazzine il giorno), di cioccolato e di
bevande alcoliche (come vino, birra e liquori), poiché affaticano il fegato impedendo
di espellere le sostanze di rifiuto.
Da preferire invece gli alimenti freschi, ricchi di vitamine e sali minerali
ad alto contenuto di fibra (sostanza che facilita la digestione e combatte la stitichezza), vitamina C, E e Potassio.
Frutta e verdura, (finocchi, indivia, sedano, carciofi, asparagi, carote, arance,
kiwi, pompelmo, prugne fresche, albicocche e pesche) sono quindi da consumare
in grandi quantità sia sotto forma di succhi, sia di centrifugato perché, sono
da prediligere quelle che ricche di potassio, sostanza capace di contrastare il
sodio (che al contrario favorisce la ritenzione idrica), come piselli, patate,
lenticchie, cipolla (soprattutto se viene consumata cruda), che hanno proprietà
diuretiche, facilitando l'eliminazione dei liquidi in eccesso e delle sostanze
di rifiuto. Inoltre il loro apporto di fibra fa aumentare la velocità del transito
intestinale, facilitando l'evacuazione delle scorie alimentari (un buon funzionamento
dell'intestino è un altro punto fondamentale per combattere efficacemente il disturbo),
riducendo l'assorbimento degli zuccheri e dei grassi, senza disturbare l'utilizzazione
delle proteine e degli oligoelementi (ferro, rame, selenio, zinco, magnesio e
calcio).

Particolare attenzione va riposta nei mirtilli che contengono un gran quantitativo
di sostanze vasotrofiche dette rutosidi, protettrici delle pareti dei vasi. Di
bioflavonoidi, veri alleati di una buona microcircolazione, sono invece ricchi
i frutti di bosco e di sottobosco. Tutta la frutta ricca di acqua come anguria,
melone, fragole ha azione diuretica e ancora di più quella con alto contenuto
in potassio come albicocca, ananas, ribes, ciliegia.
La pillola e altri farmaci
Da sempre accusati di causare seri problemi di ritenzione idrica, in realtà il
ruolo della pillola e di altri farmaci nell'accumulo dei liquidi nell'organismo
non è tale da identificarli così spesso come l'origine del problema.
Nel caso specifico della pillola, in particolare, la ritenzione idrica che può
causare l'anticoncezionale va da 0 a 1 Kg di aumento di peso, praticamente insignificante.
Fino a un aumento di 5-6 Kg di peso, infatti (escludendo i gravi casi patologici)
è inverosimile attribuirne la causa alla ritenzione idrica.
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