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Sia in età infantile che nel corso dell’adolescenza è molto difficile inserirsi
all’interno del gruppo dei pari e spesso la ricerca di conferme sociali attraverso
l’emulazione di modelli negativi rappresenta una soluzione, seppur instabile.
Per tali ragioni, tale dinamica comportamentale spesso si pone come la radice
del fenomeno sempre più diffuso del “bullismo”. In tal modo, il bisogno di trovare
una “dimensione” nella vita relazionale di un ragazzo può trasformarsi in un problema
relazionale per un altro che diventa “vittima” degli episodi di un “bullo”.
Il bullismo tra scuola e strada
Il termine “bullismo”, che viene spesso definito una traduzione, è più esattamente
un adattamento italiano del termine inglese “bullying” che definisce i comportamenti di prepotenza tra
bambini e adolescenti, caratterizzati da oppressione fisica o psicologica e agiti
in modo prolungato da una persona o da un gruppo nei confronti di una o più vittime.
Il termine originario anglosassone contiene in sé la parola inglese “bull ” che significa “toro”, dal momento che l’immagine irascibile, associata comunemente
a tale animale, è stata usata inizialmente per sottolineare l’imposizione sugli
altri, istintiva e basata sulla forza, caratteristica di molte forme di bullismo
e principalmente delle prime tipologie individuate.
Persistenza nel tempo
Come tutte le forme di persecuzione ai danni di una persona, anche il bullismo
è caratterizzato da episodi di prevaricazione e persecuzione ripetuti nel tempo e con una certa frequenza , tali da instaurare emozioni negative durature nella vittima che li subisce,
soprattutto insicurezza e paura.
Vittime prescelte
Fonti anche piuttosto autorevoli tendono a precisare che il bullismo è diverso
da altri tipi di comportamento che si configurano come reato, quali ad esempio
il vandalismo o i furti, ma in realtà ciò non deve portare a pensare che i comportamenti
dei bulli non costituiscano, come è stato riportato frequentemente, dei veri e
propri crimini. Tra questi, infatti, rientrano spesso anche le sottrazioni di
oggetti e i danni a cose o persone, che tuttavia sono realizzati verso specifici
coetanei, generalmente presi di mira e nei confronti dei quali vengono messe in
atto sistematiche persecuzioni. Il bullismo perciò in genere coinvolge prioritariamente
uno o più bulli che effettuano prevaricazioni, soprusi e atti di violenza più
o meno gravi nei confronti di una o più vittime che, diversamente dal teppismo,
sono predeterminate. Il criterio della “vittima designata ” è quindi una caratteristica discriminante rispetto ad altri comportamenti
apparentemente simili che vanno distinti.
Contesto infantile e adolescenziale
In alcuni paesi, come la Scandinavia, lo stesso fenomeno era stato inizialmente
descritto con il termine “mobbing”, un fenomeno simile al bullismo che tuttavia
si riferisce ormai in tutti territori, compreso il nostro, al mondo del lavoro
e quindi all’età adulta. Il vocabolo bullismo pertanto è stato investito di una
specificità nel designare fenomeni relativi all’età evolutiva, sia essa l’infanzia
che l’adolescenza, più spesso rilevati a scuola, ma talvolta perpetrati anche
in contesti di ritrovo extrascolastici quali strade, quartieri e persino palestre
e circoli ricreativi.
Diverse forme di prevaricazione
Esistono diverse azioni che possono essere raggruppate sotto la denominazione
“bullismo” e principalmente sono di tre tipologie:
- azioni fisiche di prevaricazione , che spesso sono quelle che, facendo più notizia, sono più note all’opinione
pubblica; esse possono andare da episodi di aggressione lieve (tirare i capelli
o spintonare), all’appropriazione o danneggiamento di oggetti altrui, fino alle
forme più gravi di violenza fisica a mano libera o con l’uso di armi;
- comportamenti verbali di prevaricazione, che comprendono diverse forme di minacce, insulti, prese in giro che possono
riguardare temi scolastici, aspetti di personalità, caratteristiche fisiche (anche
handicap o colore della pelle) e aspetti relativi alle preferenze sessuali;
- comportamenti indiretti di prevaricazione , che costituiscono la modalità più subdola di bullismo, spesso basata sul pettegolezzo,
sulla calunnia e miranti ad isolare ed escludere dal gruppo i destinatari.
Le prime due tipologie di azioni bullistiche sono messe più spesso in atto dai
maschi; le forme verbali e indirette sono invece una modalità di prevaricazione
prettamente femminile.
Asimmetria della relazione bullo-vittima
Generalmente esiste anche un disequilibrio relazionale tra bulli e vittime che
si basa in genere sulla forza fisica , su differenze psicologiche nella sicurezza in sé o sul potere nel gruppo. Infatti, i bulli sono spesso persone più forti fisicamente e i loro obiettivi
diventano frequentemente i coetanei magri e deboli o, viceversa, grassottelli
e impacciati. Generalmente inoltre il bullo possiede una “forza interiore apparentemente
maggiore” che si fonda su un senso di sicurezza in sé nutrito proprio delle sue
prepotenze su quelli che hanno risposte più o meno palesemente accondiscendenti
e remissive. Con ciò non significa che realmente esista maggiore forza psicologica
nei bulli, piuttosto si tratta di un “senso di superiorità compensativo”, di una
sicurezza instabile e derivante dall'esterno, legata a piccole vittorie quotidiane
che si fondano proprio sulla prevaricazione e che possono al contempo conferire
un senso opposto di insicurezza nelle vittime che aumenta l'asimmetria e che spesso
genera anche un potere del bullo all'interno del gruppo.
Il profilo psicologico del bullo
Generalmente i bulli, dietro la loro apparente sicurezza, mostrano dei problemi relazionali destinati a peggiorare con il trascorrere del tempo se le loro modalità relazionali
non cambiano. Uno dei rischi maggiori nella vita adulta è lo sviluppo di psicopatie.
Gli scambi relazionali dei bulli, secondo quanto rilevato da numerosi studi,
sono caratterizzati da deficit relativi a determinate abilità appartenenti alla cosiddetta “intelligenza
emotiva” (Goleman D., 1995) e in particolare risentono negativamente di bassi livelli
nello sviluppo dell'empatia. I bambini e i ragazzi che esercitano delle azioni
di prevaricazione fisica o verbale, più precisamente hanno mostrato di essere
meno capaci nell’etichettare in modo corretto le espressioni emotive degli altri,
problematica che spiega la tendenza a rispondere in modo aggressivo anche a comportamenti
neutri o persino positivi mostrati da altri bambini e ragazzi. Anche il riconoscimento delle proprie emozioni appare basso e, poiché la consapevolezza dei propri stati emotivi è il presupposto fondamentale
per una adeguata gestione della vita affettiva, quest’ultima risulta connotata
da reazioni emotive istintive che prendono il sopravvento su ogni alternativa
ragionata.
Esistono anche altre caratteristiche piuttosto diffuse tra i bulli che spiegano
le loro difficoltà relazionali: esse riguardano le ridotte abilità verbali spesso presenti in questi bambini e ragazzi (Fedeli D., 2005). Le dimensioni
linguistiche ridotte sembrano direttamente connesse all’osservazione della tendenza
a mettere in atto costantemente comportamenti aggressivi quando si verificano
situazioni relazionali ambigue, dal momento che non esistono sufficienti capacità
di dialogo utili al chiarimento di situazioni problematiche.
Recenti interventi sul bullismo hanno evidenziato anche la presenza di problemi
nelle funzioni esecutive dei bambini più aggressivi. Questi ultimi, infatti, mostrano delle difficoltà
relative alle principali capacità di programmazione del comportamento utili in
contesti relazionali. Essi non riescono efficacemente soprattutto nei seguenti
compiti:
- pianificazione delle proprie azioni e previsione delle possibili conseguenze;
- controllo di eventuali comportamenti impulsivi che limitano il raggiungimento
di obiettivi;
- adattamento del proprio comportamento a contesti differenti;
- capacità di posporre le gratificazioni immediate prevedendo futuri successi e
vantaggi;
- apprendimento dalle esperienze precedenti.
Le caratteristiche mentali e comportamentali della vittima
Anche le vittime sono accomunate spesso da caratteristiche psicologiche e comportamentali
simili. Una delle principali caratteristiche relazionali è la mancanza di assertività , cioè della capacità di esprimere se stessi, senza essere passivi o aggressivi,
aspetto che in senso opposto manca anche ai bulli. Spesso le vittime del bullismo
sviluppano sintomi di ansia o depressione , che vengono manifestati in modo più o meno palese, frequentemente sotto forma
di conversioni in sintomi somatici (febbre, mal di testa, problemi gastrointestinali,
ecc.), che rappresentano un modo per tenersi lontani dai posti in cui vengono
molestati. Altre volte i segni di malessere psicologico possono essere più chiari,
come nel caso di crisi di ansia o di pianto o quando sono presenti incubi ricorrenti
su temi legati alle pressioni subite.
Oltre il bullo: il ruolo del gruppo
Uno dei principali fattori che possono innescare o sostenere comportamenti bullistici
è rappresentato dall’importanza assunta, per ogni persona in età evolutiva, dal
gruppo di coetanei. Ogni bambino o ragazzo infatti mostra una spiccata tendenza
a cercare di inserirsi nel gruppo con cui condivide un’attività: ciò accade anche
a quelli con condotte aggressive e da bullo che mettono in atto comportamenti
disadattivi per raggiungere tale scopo. Tali condotte possono portare a reazioni
differenti all’interno del gruppo: benché spesso i bulli siano isolati e allontanati
inizialmente dalla classe, essi spesso riescono a trovare qualche altro “bullo
non dominante” di supporto o semplicemente si fanno forti di comportamenti non
apertamente contrari ai loro comportamenti, che spesso leggono persino come accondiscendenti.
Il supporto più o meno completo di altri compagni rappresenta un ottimo rinforzo
per i propri comportamenti di prevaricazione. Ma paradossalmente agisce in modo
simile anche il rifiuto mostrato dal gruppo, che tende ad essere espresso generalmente
con commenti negativi ai tentativi di un bullo di richiamare l’attenzione e di
inserirsi nel gruppo con la prevaricazione: tali considerazioni diventano infatti
ugualmente delle attenzioni rivolte verso l’“aspirante leader”.
I fattori di rischio familiari
È altrettanto importante sottolineare che spesso esistono anche delle caratteristiche
familiari che tendono a favorire comportamenti bullistici. Nelle ricerche sulle
caratteristiche familiari di bulli si è evidenziata la presenza diffusa di modalità
di gestione della disciplina piuttosto rigide o, viceversa, inconsistenti. La
leadership presente a casa tende a rinforzare i comportamenti oppositivi e aggressivi:
più precisamente le richieste dei figli spesso comportano irrigidimenti iniziali
dei genitori, cui seguono comportamenti negativi che spesso finiscono per generare
un allentamento della rigidità, lasciando che i figli apprendano a usare le modalità
disadattive per raggiungere i propri obiettivi. Talvolta la situazione familiare
può essere complicata dalla presenza di modelli aggressivi da imitare che rappresentano
i più significativi esempi che essi emuleranno e riproporranno in contesti extrafamiliari.
Molte azioni per la soluzione di un problema complesso
Gli interventi possibili per prevenire e affrontare il bullismo sono innumerevoli,
non tutti di pari efficacia e possono coinvolgere diversi destinatari, in relazione
agli obiettivi che si propongono.
Le azioni di intervento volte a diminuire i comportamenti aggressivi agiti dai
bulli possono essere sia individualizzate, che inserite in contesti più generalizzati.
Interventi sui singoli bulli
Nel primo caso, in considerazione delle carenze in alcune aree psicologiche e
comportamentali, ci si orienta soprattutto verso il miglioramento delle stesse
con programmi specifici come, ad esempio, i cosiddetti “training di alfabetizzazione socio-emotiva ”, ossia percorsi specifici mirati a migliorare le abilità deficitarie dell’intelligenza
emotiva e delle capacità socio-relazionali, con particolare attenzione allo sviluppo
della prosocialità.
In questo contesto di intervento, gli approcci individuali meno efficaci sembrano quelli di tipo punitivo e sanzionatorio, dal momento che tendono a lasciare il bullo nella sua incapacità di trovare prospettive
e comportamenti diversi per affrontare con maggiore efficacia la vita relazionale.
Tali sistemi di intervento possono persino peggiorare la situazione, dal momento
che una sospensione potrebbe, per diversi motivi, assumere un valore di “rinforzo
positivo” del comportamento sgradito. La famiglia e la scuola, in questo contesto
di interventi, vengono addestrate ad evitare ed isolare i bulli, oltre che irrigidirsi
di fronte ai loro comportamenti negativi. L’obiettivo, al contrario, deve essere
quello di favorire nel bullo l’emissione di comportamenti positivi da premiare,
principalmente attraverso i rinforzi sociali che lui ricerca con i suo comportamenti
negativi.
Interventi sulle relazioni bullo-vittima
Molto più utili sembrano invece le tecniche di intervento di tipo riparatorio , ossia quelle volte a mediare il conflitto tra bullo e vittima, favorendo la
comunicazione attuale e futura tra i due, come avviene nel cosiddetto “Metodo
dell’Interesse Condiviso”, in cui si sostiene lo sviluppo dell’empatia nel bullo
attraverso la stimolazione del senso di responsabilità che può nascere dall’“osservazione
mediata” delle conseguenze emotive provocate sulla vittima (Pikas A., 1989).
Interventi sul gruppo-spettatore
Altri efficaci interventi, simili a quelli descritti, sono rivolti anche al gruppo,
come si fa nell’Approccio Senza Accusa , o Approccio Senza Colpevoli (Sullivan K., 2000), che non cerca di risolvere
il problema solo con l’intervento che implica un coinvolgimento di bulli e vittime,
ma che è volto a sviluppare anche le capacità del gruppo di reagire efficacemente
alle azioni bullistiche, imparando a non sostenere neanche involontariamente le
azioni di prevaricazione e sviluppando una responsabilità globale.
Interventi sulle singole vittime
Per la vittima talvolta è utile un lavoro di supporto psicologico centrato sullo
sviluppo dell’assertività , ma anche sul potenziamento della stima di sé, spesso logorata da continui attacchi
e dalle critiche subite.
Interventi sulle famiglie
Molti interventi attuali agiscono ad ampio raggio, affrontando sia la prevenzione
che il recupero e rivolgendosi anche alle famiglie, soprattutto nei contesti in
cui si sono già verificati episodi di bullismo. In questi interventi, definiti
di “parent training ” (Fedeli D., 2005), si conducono dei percorsi di aiuto alla genitorialità, volti
a fornire informazioni sui metodi educativi più efficaci per inibire lo sviluppo
di comportamenti disadattivi nei propri figli.
Indubbiamente i risultati migliori sono tipici degli interventi protratti nel
tempo almeno per un anno e volti anche alla prevenzione, oltre che al recupero
di singoli episodi negativi, nonché basati sul coinvolgimento di tutte le figure
che giocano un ruolo nel rinforzo dei comportamenti problematici.
Approfondimenti
- Fedeli D., 2005, Psicologia e Scuola, numeri 121, 122, 123, 124, 125, Giunti,
Firenze.
- Fonzi A., 1999, Il gioco crudele. Studi e ricerche sui correlati psicologici
del bullismo. Giunti, Firenze.
- Goleman D., 1995, Intelligenza emotiva, BUR.
- Menesini E., 2007, Psicologia contemporanea, 200, 18-25.
- Menesini E., 2000, Bullismo, che fare?, Giunti, Firenze.
- Olweus D., 1993. Trad it Bullismo a scuola, 9, 205-212, Giunti, Firenze, 1996
- Pikas A., 1989, The common concern method for the treatment of mobbing. In Roland
E., Munthe E., Bullying: an international perspective, London, David Fulton.
- Smith D. J., Schneider B.H., Smith P. K., Ananiadou K., 2004, The effectiveness
of whole-school antibullying programs: a synthesis of evaluation research. In
School Psychology Review, 33, 547-560.
- Sullivan K., 2000, The anti-bullying handbook, Oxford University Press, Melbourne.
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