|
L’amore, nelle sue diverse forme di attaccamento e nelle sue manifestazioni più
positive e più sane, rappresenta una importante capacità e, al contempo, un naturale
e profondo bisogno di ogni essere umano. Talvolta, tuttavia, la frustrazione o
l’assenza di esperienze serene di questo sentimento umano, frequenti nell’attuale
società ricca di rapporti instabili, possono generare un disconoscimento o una
negazione di questo bisogno, che rappresenta invece un importante ingrediente
di un sano sviluppo psicofisico e di una buona salute mentale e fisica nella vita
adulta. Quando un rapporto affettivo diventa un “legame che stringe” o, ancor
peggio, “dolorosa ossessione” in cui si altera stabilmente quel necessario equilibrio
tra il “dare” e il “ricevere”, l’amore può trasformarsi in un’abitudine a soffrire
fino a divenire una vera e propria “dipendenza affettiva”, un disagio psicologico
che è in grado di vivere nascosto nell’ombra anche per l’intera vita di una persona,
ponendosi tuttavia come la radice di un costante dolore e alimentando spesso altre
gravi problematiche psicologiche, fisiche e relazionali.
Mal d'amore, intossicazione d'amore e droga d'amore
Sebbene alcuni autori utilizzino i termini di “mal d’amore”, “intossicazione
d’amore” (o “intossicazione psicologica”) e “droga d’amore” tutti come sinonimi
della “dipendenza affettiva”, in realtà vanno fatte alcune importanti distinzioni
al fine di non patologizzare processi che possono essere transitori e perfino
normali in alcune fasi della vita di relazione.
“Mal d’amore” è un termine generico che indica una sofferenza che può essere legata ad uno
stato affettivo e di interesse verso un “oggetto d’amore” non disponibile o di
cui non si conosce ancora la responsività o, infine, di cui non si conoscono alcune
caratteristiche che sono alla base di fiducia, stabilità e serenità della vita
affettiva. Di conseguenza è possibile che questo stato di malessere sia temporaneamente
normale in seguito alla delusione del rifiuto e quindi alla notizia di una non
reciprocità che si pone come una ferita narcisistica e come uno smacco all’autostima,
ma esso può essere altrettanto consueto (ma non necessario) nella fase iniziale
di una relazione, soprattutto in quella più accesa e più passionale dell’innamoramento,
prima che il rapporto si stabilizzi intorno ad alcuni “punti sicuri”.
Quando si parla invece di “intossicazione d’amore” si fa riferimento ad una tendenza psicologica e comportamentale che può coincidere
con la dipendenza affettiva: una condizione relazionale negativa che è caratterizzata
da una assenza cronica di reciprocità nella vita affettiva e nelle sue manifestazioni
all’interno della coppia, che tende a stressare e a creare nei “donatori d’amore
a senso unico” malessere psicologico o fisico piuttosto che benessere e serenità.
Tale condizione, nella migliore delle ipotesi, potrebbe essere interrotta per
ricercare un nuovo stato di serenità. Qualora ciò risulti impossibile si è soliti
parlare di “dipendenza affettiva” o anche di “droga d’amore” .
Riconoscere la Love addiction
L’amore che può essere definito una “droga” è uno stato affettivo che in una
coppia normale è destinato a portare alla distruzione della relazione. Ma esso
si instaura in “coppie disfunzionali”, ossia in contesti relazionali-affettivi
in cui in genere uno dei partner mostra segni di dipendenza verso l’altro e in
cui si radica una tendenza ad alimentare questa forma di equilibrio paradossale
della coppia fondato sul malessere. In alcuni casi la dipendenza è reciproca e
ciò genera una costruzione a due del disagio che si radica in modo ancora più
forte e che alimenta più facilmente le distorsioni cognitive che fanno pensare
che alcuni comportamenti siano normali e dovuti all’altro.
A partire dalla prospettiva di Giddens a questo problema, possono essere distinte
tre principali caratteristiche della “love addiction” , che la connotano come una forma di “dipendenza”.
- La prima di esse è il piacere connesso alla droga d’amore , definito anche ebbrezza , ovvero la sensazione di euforia sperimentata in funzione delle reazioni manifestate
dal partner rispetto ai propri comportamenti.
- La seconda caratteristica, la tolleranza , definita anche dose , consiste nel bisogno di aumentare la quantità di tempo da trascorrere in compagnia
del partner, riducendo sempre di più il tempo autonomo proprio e dell’altro e
i contatti con l’esterno della coppia, un comportamento che sembra alimentato
dall’assenza della capacità di mantenere una “presenza interiorizzata” e quindi
di rassicurarsi attraverso il pensiero dell’altro nella propria vita (Lerner,
1996). L’assenza della persona da cui si dipende porta pertanto ad uno stato di
prostrazione e di disperazione che può essere interrotto solo dalla sua presenza
tangibile.
- Infine, l’incapacità a controllare il proprio comportamento , connessa alla perdita dell’Io ossia della capacità critica relativa a sé, alla situazione e all’altro, una
riduzione di lucidità che crea vergogna e rimorso e che in taluni momenti viene
sostituita da una temporanea lucidità, cui segue un senso di prostrante sconfitta
e una ricaduta, spesso più profonda che mai, nella dipendenza che fa sentire più
imminenti di prima i propri bisogni legati all’altro.
L’amore dipendente , conseguentemente, si mostra con le seguenti caratteristiche:
- è ossessivo e tende a lasciare sempre minori spazi personali;
- è parassitario e basato su continue richieste di assoluta devozione e di rinuncia
da parte dell’amato;
- è caratterizzato dalla stagnazione e dall’autoassorbimento, ossia da una tendenza
a ripiegarsi su se stesso e a chiudersi alle esperienze esterne per paura del
cambiamento e necessita di mantenere fermi alcuni punti certi, soffocando qualsiasi
desiderio o interesse personale in nome di un amore che occupa il primo posto
nella propria vita.
Nella dipendenza affettiva esistono 2 elementi distintivi della vita emotiva interiore :
- un bisogno di sicurezza che fa da guida ad ogni comportamento;
- una tendenza a disconoscere e a fare disconoscere all’altro i propri bisogni di ricevere amore , un’attitudine che sembra radicata in un’infanzia in cui ci si è abituati a
limitare le proprie aspettative in conseguenza a delle esperienze relazionali
precoci inappaganti e frustranti.
Due caratteristiche epidemiologiche importanti della dipendenza affettiva sono:
- l’alta incidenza nella popolazione femminile, al punto da stimare che il fenomeno
sia al 99% diffuso in questa fetta della popolazione (Miller, 1994) in molti paesi
del mondo;
- la tendenza ad associarsi a disturbi post-traumatici da stress, per cui in genere
questa forma di dipendenza si osserva in persone che hanno anche vissuto abusi
o maltrattamenti, un aspetto che fa pensare che siano stati tali eventi a far
sviluppare forme affettive dipendenti.
Più precisamente, il motivo per cui esiste una grande differenza nella
tendenza della dipendenza affettiva a manifestarsi più nelle donne che negli uomini
è l’esistenza di un diverso funzionamento psichico tra i due sessi e, in particolare,
la presenza di una tendenza degli uomini a reagire diversamente ai traumi subiti
rispetto alle donne. Più precisamente, tra gli uomini è più comune la tendenza
ad allontanare dalla mente il dolore delle violenze, carenze o prevaricazioni
subite attraverso meccanismi di identificazione con l’attore di queste mancanze
o aggressioni, un funzionamento che comporta l’assunzione del ruolo precedentemente
subito o la manifestazione del bisogno di una “dipendenza”, che non è stata sperimentata
positivamente nelle relazioni affettive, attraverso l’abuso di sostanze.
Nelle donne, invece, si tende generalmente a rivivere ciò che si è subito, riproducendo
le carenze o le violenze, nel tentativo illusorio di controllarle e di riscattarsi
dal passato (Miller D., 1994).
Una delle maggiori studiose di questo tipo di problematica è stata Robin Norwood
(1985), conosciuta ad un grande pubblico di lettori proprio per via di diverse
opere su questo tema, tra cui la più nota dal titolo “Donne che amano troppo”.
Nel suo libro l’autrice sottolinea le caratteristiche familiari, emozionali e
le modalità tipiche di pensiero delle donne co-dipendenti.
Tra le peculiarità della storia personale e familiare condivise da chi è coinvolto in un problema di “love addiction” ci sono:
- la provenienza da una famiglia in cui sono stati trascurati, soprattutto nell’età
evolutiva, i bisogni emotivi della persona;
- una storia familiare caratterizzata da carenze di affetto autentico che tendono
ad essere compensate attraverso una identificazione con il partner, un tentativo
di salvare lui/lei che in realtà coincide con un tentativo interiore di salvare
se stessi;
- una tendenza a ri-attribuirsi nella propria vita di coppia, più o meno inconsapevolmente,
un ruolo simile a quello vissuto con i genitori che si è tentato a lungo di cambiare
affettivamente, in modo da poter riprovare a ottenere un cambiamento nelle risposte
affettive pressoché inesistenti ricevute nella propria vita;
- l’assenza nell’infanzia della possibilità di sperimentare una sensazione di sicurezza
che genera, nel contesto della co-dipendenza, un bisogno di controllare in modo
ossessivo la relazione e il partner, che viene nascosto dietro un’apparente tendenza
all’aiuto dell’altro.
È importante sottolineare che tutte le persone dipendenti affettivamente possono
condividere, realmente o attraverso il proprio vissuto psicologico, tali realtà
personali e familiari. Ciò che conta, infatti, è la percezione affettiva e il vissuto emotivo soggettivo conservato nella propria infanzia, anche se qualche volta questo non coincide
con la presenza oggettiva di carenze e violenze e quindi con le attenzioni ricordate
dai genitori delle persone che manifestano sintomi e conseguenze della dipendenza
affettiva.
I pensieri e i vissuti emotivi nella “dipendenza dall’amore” sono principalmente connotati da:
- tendenza a sottovalutare la fatica connessa a ciò che serve ad aiutare la persona
amata al punto da raggiungere, senza percepirlo in tempo, livelli elevati di stress
psicofisico;
- terrore dell’abbandono che porta a fare cose anche precedentemente impensabili
pur di evitare la fine della relazione;
- tendenza ad assumersi abitualmente la responsabilità e le colpe della vita di
coppia;
- autostima estremamente bassa e una conseguente convinzione profonda di non meritare
la felicità;
- tendenza a nutrirsi di fantasie legate a come potrebbe essere il proprio rapporto
di coppia se il partner cambiasse, piuttosto che a basarsi su pensieri legati
al rapporto attuale e reale;
- propensione a provare attrazione verso persone con problemi e contemporaneo disinteresse
e apatia verso persone gentili, equilibrate, degne di fiducia, che invece suscitano
noia.
La Co-dipendenza
Una particolare forma di “dipendenza affettiva” è quella che è stata definita
“co-dipendenza” e che è stata inizialmente osservata nei contesti relazionali
legati alla vita di coppia di alcolisti o tossicodipendenti. Tale problematica
coincide con una condizione multidimensionale che comprende varie forme di sofferenza
o annullamento di sé, associati alla focalizzazione delle proprie attenzioni ed
energie sui bisogni e comportamenti di un partner dipendente da sostanze o da
attività. Il motivo per cui questa forma di dipendenza affettiva è stata inizialmente
osservata, paradossalmente non riguardava il benessere di chi ne fosse affetto,
bensì l’osservazione della capacità che la co-dipendenza ha di mantenere nello
stato patologico quello che viene definito il “paziente designato”, ossia colui
che sembra, ma non è, l’unico paziente bisognoso di aiuto in quanto affetto da
tossicodipendenza, alcolismo o da altre forme di dipendenza (Norwood R.; 1985).
La co-dipendenza , in realtà, ha in comune con le altre dipendenze affettive quella tendenza
a rinunciare a tutti i propri bisogni e desideri, disconoscendoli e negandoli,
fino a portare nel partner di alcuni dipendenti, alla strutturazione di un “falso
Sé” e quindi di una “falsa vita”, una realtà fatta di scelte che non rispondono
ai propri bisogni interiori e che corrisponde ad una condizione denominata “malattia
del Sé perduto” (Whitfield, 1997). La conseguenza di tutto ciò spesso è il raggiungimento
di una debolezza dell’Io nella persona che manifesta co-dipendenza, un Io che diviene vulnerabile e che
sopravvive attraverso la tendenza progressiva a cercare di dimostrare la sua forza
e a nutrire l’autostima in modo vicario, cioè attraverso il controllo delle funzioni
psichiche del partner dipendente.
Al fine di individuare i tratti distintivi del disturbo co-dipendente di personalità si può fare riferimento ai quattro criteri di Cermak (1986) che
possono essere riassunti come segue:
- Tendenza ad investire continuamente la propria autostima nel controllo di sé
e degli altri, benché vengano sperimentate conseguenze negative;
- Propensione ad assumersi responsabilità altrui o di situazioni non controllabili,
pur di soddisfare i bisogni del partner, fino a disconoscere i propri;
- Presenza di stati d’ansia e mancata percezione dei confini tra sé e l’altro;
- Abituale coinvolgimento in relazioni con persone con disturbi di personalità,
dipendenze, disturbi del controllo degli impulsi o co-dipendenti.
È importante completare il quadro sintomatologico della co-dipendenza, sottolineando
che alle precedenti caratteristiche possono associarsi alcuni dei seguenti sintomi secondari:
- depressione;
- comportamenti ossessivi e fissazione del pensiero;
- abuso di sostanze o di alimenti (in particolare di dolci);
- abusi fisici o sessuali nella propria storia attuale o passata;
- tendenza a non chiedere aiuto e a non riconoscere per lungo tempo il problema;
- insonnia.
Dalle catene al legame interiore
Il principale problema nella risoluzione delle dipendenze affettive è certamente
l’ammissione di avere un problema. Esistono, infatti dei confini estremamente sottili tra ciò che in una coppia
è normale e ciò che, nell’abitudine cronica, diviene dipendenza. La difficoltà
nell’individuazione del problema risiede anche nei modelli di amore che, come
si è detto, una persona affettivamente dipendente conserva nella propria memoria
e che fanno ritenere determinati abusi e sacrifici di sé come “normali” in nome
dell’amore.
Spesso, paradossalmente, è la “speranza” che fa sopravvivere il problema e che
tende a cronicizzarlo: la speranza in un cambiamento impossibile, soprattutto
in un contesto relazionale in cui si sono consolidati, e persino pietrificati,
dei ruoli e dei copioni da cui è, più o meno, impossibile uscire. Così, paradossalmente,
l’inizio del cambiamento arriva quando si raggiunge il fondo e si sperimenta la
disperazione, che rappresenta la possibilità di sotterrare le illusioni che hanno
nutrito a lungo il rapporto patologico.
Ci si può avvalere del supporto psicologico individuale, a volte può essere necessaria
una psicoterapia, ma ciò che è certamente utile per velocizzare e stabilizzare
i miglioramenti è il confronto in gruppo tra persone che vivono lo stesso problema
perché ciò consente di prendere un impegno con gli altri, davanti agli altri e
di cominciare a riconoscere le distorsioni della realtà, grazie alle somiglianze
della propria vita con la vita altrui che consentono di vincere le difese che
non permettono di vedere la verità sulla propria storia personale. Gli altri del
gruppo diventano importanti specchi e insieme, si possono ritrovare la voglia,
le motivazioni e le possibilità per uscire da relazioni tossiche e spesso anche
molto pericolose che, in alcuni casi, sono le fondamenta della propria infelicità.
Approfondimenti bibliografici sul tema
- Guerreschi C., 2005, New addictions. Le nuove dipendenze, Edizioni San Paolo,
Milano.
- Miller D., 1994, Donne che si fanno male, Feltrinelli, Milano.
- Norwood R., Donne che amano troppo, 1985, Feltrinelli, Milano.
- Wright P.H., Wrigth K. D., 1990, Measuring codependents’ close relationships:
a preliminary study. In Journal Subst Abuse, 2, 335-344.
DIPENDENZA AFFETTIVA
|