IL TATUAGGIO
TATUAGGIO
Oggi il tatuaggio è un elemento trasversale alle culture, alle credenze religiose, all’età, all’estrazione
sociale: in ogni caso, un abbellimento che sovente rimanda a singoli e personali
significati. In un’epoca non troppo lontana, la pratica del tatuaggio era una
prerogativa di persone che vivevano ai margini della società, in particolare dei
detenuti e delle prostitute ma anche un tratto distintivo dei marinai. Più indietro
nel tempo, però, il tatuaggio era parte di un rito collettivo o assumeva diversi
significati a seconda della cultura di appartenenza, rappresentando una sorta
di “talismano” contro gli spiriti maligni o per testimoniare il proprio legame
ad un gruppo tribale, religioso o sociale. Né la diffusione della sua pratica
è riconducibile ad un unico popolo o area geografica, nascendo e sviluppandosi
tra popolazioni e culture lontane e senza alcun contatto tra loro.
Solo il termine cui sono riconducibili le varie pratiche ha una radice unica:
tatuaggio deriva dall’americano “tatoo” che a sua volta deriva dal polinesiano
“tatu” che significa marcare il corpo con dei segni.
Il significato del termine è dunque rimasto invariato, anche se il tatuaggio
può essere praticato in forme e tecniche diverse, imprimendo nella zona sottocutanea
del corpo disegni o simboli attraverso pigmenti o sostanze coloranti varie ma
anche incidendo la pelle stessa e poi facendola cicatrizzare (“scarificazione”).
Il tatuaggio nella storia
Importanti testimonianze dell’usanza del tatuaggio derivano dalle civiltà indigene
in varie parti del mondo che l’hanno praticata fin da epoche remotissime.
In Birmania, gli indigeni si incidevano la pelle delle cosce procurandosi delle
ferite che venivano riempite con un liquido nero ottenuto da una particolare specie
di pianta. Il significato, in questo caso, era quello di proteggersi dagli animali
pericolosi della giungla, dal momento che la coscia era la parte lasciata scoperta
dagli indumenti. In seguito, il tatuaggio avrebbe mutuato il suo significato –
diventando uno strumento di identificazione per gli schiavi da parte dei loro
padroni. Anche la tecnica sarebbe mutata, utilizzando una bacchetta d’ottone che
veniva tagliata in cima fino a formare delle punte aguzze attraverso le quali
veniva incisa la pelle, facendo passare il pigmento (sostanza organica presente
nelle cellule dei tessuti vegetali o animali) dopo che il disegno era stato tracciato
sulla pelle con un pennello di bambù. Entrambe le pratiche descritte erano piuttosto
dolorose e provocavano nel soggetto che veniva tatuato, degli effetti collaterali
che comprendevano febbre e gonfiori.
Pratiche simili sono state riscontrate nel Borneo e sembra che siano state importate,
nel tredicesimo secolo, proprio da popolazioni che dalla Birmania si erano spostati
in Malesia e quindi nel Borneo. Qui la pratica ha assunto significati diversi
a seconda che il tatuaggio fosse adottato dalla popolazione maschile o femminile:
per la prima era un simbolo di virilità e di eroismo, per la seconda un simbolo
di appartenenza alla tribù oppure, secondo un’antica credenza, come viatico al
regno di morti.
Per la civiltà maori, in Nuova Zelanda, il tatuaggio veniva praticato come abbellimento
del corpo o come strumento di comunicazione sociale (il figlio primogenito di
un capotribù veniva tatuato fin da adolescente per poter essere riconosciuto come
futuro capo) ed è stato tramandato fino ad oggi, come motivo di orgoglio di appartenenza
ad una antica stirpe.
In Giappone, il tatuaggio è stato praticato per secoli con motivazioni diverse,
molto diffuso fino alla fine del XVII secolo. A partire dal XIX secolo, il tatuaggio
è diventato una vera e propria arte, sostenuta da un gusto decorativo estremamente
sofisticato che deriva dalla maestria degli artisti figurativi giapponesi. La
sostanziale differenza tra il tatuaggio giapponese e quello occidentale è che
quest’ultimo viene praticato generalmente in una parte limitata del corpo mentre
quello giapponese lo riveste tutto, seguendo le linee anatomiche e apparendo come
un “vestito” assai elaborato, sia sotto il profilo tecnico che espressivo, con
risultati estetici che non hanno eguali presso altre popolazioni e culture.
Anche gli indiani, come gli abitanti del Borneo, hanno imparato a tatuare dai
Birmani, sembra nel 2000 a.c.. In linea di massima, oggi sopravvive la pratica
di tatuare piccoli simboli su alcune parti del corpo femminile, con una origine
probabilmente legata a riti matrimoniali.
In Nord Africa i tatuaggi sono sempre stati praticati come amuleto contro i malefici
e per prevenire le malattie e in Egitto come garanzia di fecondità.
Più controversa la storia del tatuaggio in Europa, dove è stato a lungo vietato
dalla Chiesa benché praticato, in forme discrete, anche da religiosi. Le testimonianze
dei viaggiatori in paesi esotici hanno provocato, a partire dal diciannovesimo
secolo, molte emulazioni, soprattutto riferite dall’arte del tatuaggio giapponese
che appassionò, tra gli altri, Re Giorgio V e lo Zar Nicola di Russia. Nei paesi
europei dell’area mediterranea, una significativa eccezione all’ostilità religiosa
nei confronti dei tatuaggi è rappresentata dai frati del Santuario di Loreto ove
si è sviluppata una tradizione, a lungo sopravvissuta, di tatuare i pellegrini
che ne facevano richiesta con simboli religiosi, forse in ricordo delle stimmate
di S. Francesco che fondò il Santuario.
Nell’epoca moderna, la pratica del tatuaggio si è diffusa dagli Stati Uniti dove
era stata importata da James Cook al suo ritorno da luoghi come Tahiti dove era
molto praticata. Sempre negli Stati Uniti, nel diciannovesimo secolo, è nata la
professione del “tatuatore” e l’apertura delle relative botteghe; fu un newyorchese,
Samuel O’Reilly, ad inventare la macchinetta elettrica per tatuare intorno al
1880 poi brevettata in Inghilterra da un suo cugino e sempre a New York, circa
quaranta anni prima, era stato aperto il primo “Tattoo Studio” che annoverava
tra i suoi clienti soprattutto militari della guerra civile.
Tale era la curiosità attorno ad una pratica millenaria poco diffusa in Occidente,
che il tatuaggio, nella sua forma più estrema ovvero applicata nella maggior parte
del corpo, divenne a cavallo tra ‘800 e ‘900, un fenomeno da circo o da fiera
ove venivano condotti gli indigeni dopo essere stati catturati da avventurieri
di ritorno dai paesi esotici.
Come si pratica il tatuaggio
Che venga effettuata con le antiche tecniche manuali o con quelle elettriche
moderne, la pratica del tatuaggio prevede sempre la penetrazione di un ago in uno strato superficiale della pelle e l’iniezione
di pigmenti colorati per produrre segni, disegni o scritte. Il fastidio o il dolore che si avvertono nel corso dell’applicazione del tatuaggio,
qualsiasi sia la tecnica adoperata, varia a seconda del punto del corpo nel quale
viene praticato: si avverte meno sulle braccia o sulle gambe e si avverte di più
nelle zone ricche di terminazioni nervose come i polsi, le caviglie e i piedi.
Le tecniche più diffuse, al giorno d’oggi sono due: la tecnica giapponese (o “irezumi”) e la tecnica americana.
La tecnica giapponese è una tecnica manuale che consiste nel far penetrare degli aghi nella pelle,
applicati ad uno strumento con impugnatura in bamboo. Mentre la pelle viene mantenuta
in tensione, gli aghi intrisi di colore vengono fatti penetrare obliquamente nella
pelle, puntellandola con gesti decisi e veloci. Benché anche in Giappone si sia
diffusa la tecnica americana, molte persone decidono di ricorrere al metodo locale
– decisamente più fastidioso - poiché garantisce risultati particolarmente brillanti
ed esteticamente unici ed esclusivi.
La tecnica americana consiste nella penetrazione della pelle con l’ausilio di una macchinetta a forma
di pistola con tre o cinque aghi alla sua estremità che vengono messi in movimento
tramite bobine elettromagnetiche. La sensazione di dolore o di fastidio è in questo
caso molto ridotta e ciò fa sì che il metodo, a partire dalla fine dell’Ottocento
quando fu inventato, risulti il più diffuso.
Altre tecniche di tatuaggio, molto meno diffuse e in qualche caso vietate
dalla legge sono la tecnica samoana e la tecnica tailandese. La prima consiste nella penetrazione della pelle di uno strumento a forma di
pettine, le cui estremità vengono intrise con i colori, puntellandolo con l’ausilio
di un bastone. L’altra consiste nell’appoggiare sulla pelle l’estremità di un
tubo di ottone all’interno del quale vi è un’asta appuntita che viene guidata
nel corso della perforazione.
Il tatuaggio temporaneo o all’henné
Già conosciuto ed utilizzato come tintura naturale per capelli o per la stoffa,
l’henné (sostanza ottenuta dalle foglie dell’Henna, un alberetto delle Borraginacee)
viene utilizzato da secoli nei tatuaggi praticati in molti paesi africani e in
India. Esso viene applicato sulla pelle non mediante l’utilizzo di aghi ma di
un pennello ed appositi dosatori. Il tatuaggio praticato con l’henné (quello comunemente
in commercio è spesso addizionato con coloranti) tende a sbiadirsi ed infine a
scomparire in un arco di tempo che varia da una settimana ad un mese
Il piercing
Il piercing (dall’inglese ‘to pierce’: forare, trapassare) consiste nell’inserimento
di anelli o piccoli oggetti di metallo in varie parti del corpo, generalmente
nei lobi delle orecchie, nelle narici, nelle labbra, sulla lingua, nell’arco sopraccigliare,
nei capezzoli o nei genitali maschili e femminili. Se l’oggetto consiste in uno
o più anelli di metallo, la pratica è altrimenti detta ringing . Anche se come il tatuaggio è considerata una pratica di modificazione corporea,
il piercing ha carattere temporaneo, poiché se l’oggetto inserito viene rimosso,
i tessuti tenderanno a richiudersi.
Il branding
È una delle forme assimilabili al tatuaggio più estreme e dolorose nella sua
applicazione. Il termine “branding” deriva dall’inglese “to brand” – marchiare
a fuoco – e consiste nell’accostare un ferro rovente di varie forme (ad esempio
il classico “ferro di cavallo”) alla pelle del braccio o in altre parti del corpo.
Come il tatuaggio, anche il “branding” ha origini remote: nell’Antico Egitto o
a Roma, ad esempio, si usava marchiare a fuoco gli schiavi per identificarne la
proprietà ma anche i delinquenti e i martiri cristiani, come atto punitivo. Quest’ultimo
veniva inflitto ai delinquenti anche sotto la vecchia monarchia francese, nella
Russia imperiale o agli ebrei nei campi di concentramento nazisti, nuovamente
per scopi di riconoscimento.
Oggi diffusa soprattutto tra i giovani afroamericani, il “branding” è sinonimo
di coraggio e di appartenenza a bande giovanili o confraternite universitarie.
In molti Paesi è vietato per legge.
Norme di igiene e di sicurezza
La diffusione del tatuaggio e il relativo proliferare di operatori in molti casi
“improvvisati”, ha fatto sì che in Italia, così come in altri paesi, la pratica
venisse regolamentata a tutela della salute del cliente. Il mancato rispetto di
norme igieniche e di sicurezza durante l’applicazione del tatuaggio, infatti,
può apportare effetti anche di estrema gravità.
Per quanto riguarda l’Italia, una circolare emessa dal Ministero della Sanità
nel febbraio 1998, poi integrata da una successiva circolare del settembre dello
stesso anno, stabilisce che la pratica di tatuaggi e di piercing debba essere
autorizzata dalla Asl della zona ove viene svolta l’attività, che deve controllare
il rispetto degli standard igienici. Gli standard prevedono che il laboratorio
ove viene praticato il tatuaggio sia separato tanto dalla sala d’attesa quanto
dall’ambiente in cui vengono puliti e sterilizzati gli strumenti. Inoltre le pareti
dell’ambiente devono essere rivestite con materiali impermeabili e lavabili, i
tatuatori devono indossare guanti e camici monouso, i colori devono essere atossici
e sterili e prima di cominciare un tatuaggio, l’operatore deve informare il cliente
sugli eventuali rischi di infezioni o allergie e verificare che la pelle ove viene
applicato il tatuaggio sia integra. Sempre la circolare del 1998 stabilisce che
il tatuatore debba frequentare, prima di esercitare la sua professione, un corso
idoneo al termine del quale gli viene riconosciuto un “patentino” di idoneità.
Devono rispondere a tali direttive, anche gli operatori che praticano il piercing,
poiché bisogna tenere presente che l’applicazione di oggetti di metallo in parti
del corpo comporta che quest’ultimo venga preventivamente “bucato” con conseguente
esposizione dello stesso alle infezioni batteriche, quando non si sviluppi una
ipersensibilità o allergia al materiale metallico.
Né possono considerarsi esenti da pericoli, coloro che si sottopongono al tatuaggio
temporaneo all’henné, specie se soggetti che soffrono di allergie. Il pericolo,
in questo caso, non è rappresentato dall’henné in se, che come si è visto è un
colorante naturale di origine vegetale, ma da un additivo che si trova in diverse
preparazioni in commercio che serve a ridurre il tempo necessario per fissare
il colore e per ottenere toni più scuri e definiti. L’additivo si chiama Ppd (parafenilendiamina)
e una direttiva europea ne avrebbe già vietato l’uso per la colorazione di ciglia,
sopracciglia e pelle, autorizzandolo invece nelle tinture per i capelli.
Rimozione del tatuaggio
Fino a qualche anno fa, farsi rimuovere dalle pelle un tatuaggio non più desiderato
era possibile solo sottoponendosi ad una dermoabrasione con fresa o con cristalli
salini oppure con la rimozione chimica per l’utilizzo di acido tannico o tricloroacetico,
o ancora con la rimozione chirurgica. Tutte pratiche, queste, piuttosto dolorose
e il cui risultato non veniva garantito, lasciando cicatrici più o meno vistose
o comunque residui di pelle pigmentata.
L’avvento dei laser dermatologici ha reso la pratica della rimozione del tatuaggio
più sicura, meno fastidiosa e soprattutto soddisfacente nei risultati. Il laser
agisce infatti direttamente sui pigmenti colorati, “sciogliendoli” in particelle
molto piccole che vengono poi eliminate metabolicamente senza che vengano danneggiati
i tessuti circostanti e favorendo il naturale ricambio cellulare. A seconda della
grandezza o dell’elaborazione del tatuaggio, nonché dalla presenza di più colori,
si rendono necessarie più sedute per la sua rimozione, a distanza di tempo l’una
dall’altra. Ai vari colori utilizzati nel tatuaggio, inoltre, deve corrispondere
un laser con una differente lunghezza d’onda.
Alcuni consigli utili
- Evitare gli operatori e le strutture non autorizzate. Specialmente d’estate,
nelle località turistiche ma anche nelle discoteche o nelle fiere, sono presenti
banchetti o sedicenti tatuatori ambulanti che non si attengono alle regole basilari
di igiene e di sicurezza. Ciò vale anche per l’operazione di rimozione.
- Evitare di praticare il tatuaggio nelle zone più sensibili della pelle, ove l’inserimento
di pigmenti colorati potrebbe provocare reazioni infiammatorie.
- Il tatuaggio appena effettuato va preservato dalla luce e dal sudore per non
infiammare la pelle circostante. Vanno evitati anche i rischi di colpi violenti
sulla zona tatuata di recente che potrebbero provocare la fuoriuscita di colore.
- Prima di sottoporsi ad un tatuaggio è utile accertarsi di non essere soggetti
ad allergie cutanee.
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