UNA PILLOLA AL MESE CONTRO L’OSTEOPOROSI
PILLOLA OSTEOPOROSI
L’ultimo dato Istat disponibile relativo all’osteoporosi femminile risale al
2000 e documenta che in Italia la malattia colpisce più di 8 donne su 100. Uno
studio ESOPO, quindi, ha messo in evidenza che, superata la soglia dei 40 anni,
le donne in Italia che sono affette da osteoporosi sono 23 su cento, ma dopo i
70 anni quasi la metà delle donne si trova a fare i conti con questa malattia.
Sempre secondo alcune indagini, è risultato che dopo i 50 anni le donne hanno
il 30-40 per cento in più di probabilità di rompersi vertebre, femore o anca facendo
un semplice gesto quotidiano. Osteoporosi e fratture sono in Italia la causa primaria
di disabilità (nel mondo, la prima colpisce quasi 200 milioni di donne, quasi
10 volte in più che il cancro al seno). Una nuova indagine demoscopica sulla osteoporosi
è stata presentata a Roma il 14 giugno 2006 da Renato Mannheimer. Nell’occasione
è stata anche annunciata alla stampa una terapia mensile a base di ibandronato
che corrisponde alle caratteristiche indicate dalle stesse donne nella indagine
di Mannheimer, ovvero la sicurezza, la comodità e l’efficacia.

L’indagine “Le italiane e l’osteoporosi” condotta dalla Manners Ardi tra 1621
donne, in tutte le regioni d’Italia, ha portato alla luce che 9 donne su 10 sanno
che cos’è l’osteoporosi ma che la percentuale di donne che non ne hanno mai sentito
parlare è paradossalmente più alta proprio nella fascia di età più interessata
dalla malattia, quella delle over 70.
In ogni caso le donne che sanno che cosa è l’osteoporosi, conoscono i danni che
provoca ma non eseguono i controlli del caso e non si affidano alle terapie, soprattutto
perché non le conoscono o non le ritengono efficaci.
L’avvento della terapia una volta al mese, ovvero di una compressa di ibandronato
in grado di ridurre efficacemente il rischio di fratture vertebrali (in Italia
viene commercializzata da Roche e GlaxoSmithKline) sembra corrispondere alla ipotesi
di terapia ideale contro l’osteoporosi espressa dalle donne italiane ultracinquantenni
secondo l’indagine di Mannheimer: una terapia sicura che non provochi danni né
troppi effetti collaterali (al primo posto con il 43 per cento delle intervistate),
comoda da assumere e che assicuri una buona qualità di vita (27 per cento) e,
infine, efficace e rapida nel dare dei risultati (23 per cento).
Ad illustrare il funzionamento dell’ibandronato, Silvano Adami, Ordinario della Cattedra di Reumatologia all’Università di Verona e Direttore
del Centro di Riferimento Regionale per l’osteoporosi Ospedale Valeggio sul Mincio,
Verona: “Ibandronato, una volta entrato in circolo, viene subito “catturato” dall’osso,
a cui si attacca e dove rimane per molte settimane. In pratica si attacca ai cristalli
di calcio dell’osso. Questo è fondamentale perché nell’individuo avviene un processo
continuo di formazione e distruzione dell’osso per mezzo di cellule che “mangiano”,
gli osteoclasti, e che ricostruiscono gli osteoblasti, l’osso stesso. Tutto questo
è il rimodellamento osseo. Dopo la menopausa però, e sempre di più con l’avanzare
dell’età, il processo di ricostruzione è in difetto rispetto a quello della distruzione.
Ecco allora ibandronato, che va ad attaccarsi ai cristalli di calcio sulla superficie
dell’osso e lì vi rimane per molte settimane, bloccando gli osteoclasti, impedendone,
o comunque riducendone, l’azione distruttiva. Ciò permette agli osteoblasti di
mettere in atto la loro azione di formazione di nuovo tessuto osseo, incontrastati.”
Secondo il Prof. Adami, l’ibandronato si è rivelato efficace nella riduzione
del rischio di fratture vertebrali. “Lo studio BONE, condotto su pazienti trattate
per tre anni con ibandronato, ha messo in evidenza come le donne hanno ottenuto,
già nel primo anno di terapia, una sensibile riduzione del rischio di nuove fratture
vertebrali che, nel terzo anno, arriva al 62 per cento. C’è da aggiungere che
questo farmaco è notevolmente efficace anche nell’aumento della massa ossea, a
livello sia vertebrale che dell’anca, e nella riduzione dei markers biologici
del riassorbimento osseo.”
Per Sergio Ortolani, Direttore del Centro Malattie del Metabolismo Osseo dell’Istituto Auxologico
Italiano e Presidente della Lega Italiana Osteoporosi (LIOS), l’ibandronato è
“un farmaco che appartiene ad una classe ormai consolidata e della quale esiste
la più ampia dimostrazione scientifica. Il meccanismo d’azione è ben noto. Questo
farmaco appartiene infatti alla classe degli aminobisfosfonati, i più potenti,
e, fra questi, è uno degli aminobisfosfonati più potenti a disposizione del medico.
“L’azione dell’ibandronato è un’azione di inibizione molto potente dell’attività
osteoclastica, blocca cioè quelle cellule che sono destinate a riassorbire l’osso.
Nell’osso agiscono due tipi di cellule: osteoclasti e osteoblasti. Gli osteoclasti
“mangiano” o meglio distruggono lentamente l’osso mentre gli osteoblasti ricostruiscono
quello che gli osteoclasti hanno danneggiato. Tutto questo si chiama rimodellamento
osseo. Questo rimodellamento è costante nella vita di un individuo. È un processo
che consente all’osso di rinnovarsi ma anche di essere riparato. In pratica, ci
sono cellule che provocano un buco nell’osso e altre invece che lo riparano. Se
c’è un equilibrio nelle due azioni di danneggiamento e di riparazione non accade
nulla di preoccupante nello scheletro. Ma se questo equilibrio non c’è, si verifica
un danno. Lo “squilibrio” avviene soprattutto nella donna in fase postmenopausale.
Normalmente con la menopausa aumenta l’attività degli osteoclasti e quindi nella
persona il bilancio dell’equilibrio diventa negativo. Aumenta, cioè, la perdita
di osso. A questo punto si rende necessario bloccare o comunque ridurre l’attività
degli osteoclasti e ripristinare le condizioni fisiologiche che esistevano prima
della menopausa.” “Ibandronato blocca l’attività eccessiva degli osteoclasti che
sono particolarmente attivi in menopausa rispetto agli osteoblasti. Quindi, bloccando
gli osteoclasti, gli osteoblasti hanno la possibilità di continuare la loro attività
che in questo modo diventa prevalente rispetto all’azione distruttiva degli osteoclasti
stessi. In sintesi, con questo farmaco c’è una netta riduzione del rischio di
una frattura vertebrale in una donna.”
Per Maria Luisa Brandi (Ordinario di Endrocrinologia all’Università di Firenze, Responsabile del Centro
Malattie del Metabolismo Osseo dell’Azienda Ospedaliera Carreggi, Università di
Firenze e Presidente della Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo
Minerale e delle Malattie dello Scheletro) la prima regola nell’affrontare l’osteoporosi
resta comunque la prevenzione: “La prima prevenzione comincia al momento della
nascita. E sempre fin dalla nascita dovrebbe cominciare da parte dei genitori
un’attenzione agli stili di vita. Si ritiene erroneamente che il rispetto degli
stili di vita corretti interessi solamente la persona adulta. Non è vero. Latte
e latticini devono far parte dell’alimentazione di tutti, bambini ed adulti. C’è
poi un altro elemento da non sottovalutare, l’osteoporosi si combatte anche grazie
alla vitamina D, che permette di assorbire il calcio a livello intestinale. La
vitamina D viene sintetizzata a livello cutaneo sotto l’effetto dei raggi solari.
Da qui il consiglio di esporsi alla luce del sole con il volto, le braccia e le
gambe, almeno dieci minuti al giorno per tre volte alla settimana. Se non è possibile
immagazzinare vitamina D con l’aiuto del sole, si consiglia di introdurre la vitamina
D, in dosi raccomandate, attraverso l’uso di supplementi.”
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